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30 anni dalla strage di Via D’Amelio, il silenzio rumoroso della famiglia Borsellino 

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Paolo Borsellino

Sono passati 30 lunghi anni. Il 19 luglio 1992 moriva il giudice Paolo Borsellino. Appena 57 giorni dopo l’attentato dell’altro magistrato palermitano Giovanni Falcone, morto il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. 

Che cos’è la verità?

Bisognerebbe chiederlo a chi, ancora oggi, copre con un ammasso di menzogne le numerose contraddizioni che si celano dietro l’attentato di Via D’Amelio.

Troppe incongruenze, troppi anelli mancanti non riescono a ricomporre l’intero mosaico della ricostruzione di quel giorno, o forse, potremmo dire di quei lunghi mesi che precedettero l’attentato. Mesi in cui si ponevano le basi del periodo stragista ’92/’93. La cui matrice, esclusivamente mafiosa, non è riscontrabile con assoluta chiarezza. 

La strage di Via D’Amelio è uno dei più grandi misteri della storia italiana: su di esso, dopo trent’anni, si ammassano dubbi e omissioni, molte sono le cose che non conosciamo. 

Sono tanti i depistaggi che volutamente hanno allontanato le indagini della procura di Caltanissetta dalla verità: come le vittime innocenti Vincenzo Scarantino e Gaetano Murana che sono stato ingiustamente accusate della strage e brutalmente massacrate con violenza per anni, pedine del depistaggio di Stato sull’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta. 

Quale fu il motivo che spinse Cosa Nostra a compiere un altro attentato eclatante, appena 57 giorni dopo quello del giudice Falcone? 

Perché Totò Riina ordinò una strage che avrebbe potuto rivelarsi un boomerang a sfavore per l’intera organizzazione? 

Cosa aveva scoperto di così importante il giudice Borsellino, e qual fu la mano proibita che fece sparire la famosa agenda rossa?

Questo non è un complottismo campato in aria, ma delle lecite supposizioni basate su fatti accertati da legittimi processi. 

È tutto così nascosto sotto uno strato polveroso di segreti inconfessabili.

C’è, però, chi la verità la pretende. Sono state tante le vittime di mafia che non sanno ancora la verità sulla morte dei loro familiari. Una di queste famiglie è proprio quella del giudice Borsellino, che a 30 anni di distanza ha compiuto un vero e proprio atto di forza: ha scelto la strada di un “silenzio rumoroso”. Nella giornata di commemorazione per il giudice palermitano la famiglia Borsellino non ha rilasciato nessuna dichiarazione, nessuna parola spesa in questi giorni. Un silenzio che fa male, che esprime tutta l’indignazione e la vergogna per una situazione ai limiti della realtà.  

La famiglia Borsellino fa benissimo a rimanere in disparte, a restare lontani da commemorazioni ipocrite, accumulate da anni di menzogne e false retoriche. In un’Italia macchiata dalla corruzione e dalla connivenza di, attenzione, alcune parti dello Stato con la criminalità organizzata, la famiglia Borsellino è una cattedrale nel deserto, un’oasi di legalità e un esempio di onestà senza pari. 

Valerio Autuori


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